Vicolo cielo

12,00 

Francesco Fedele

FUORI COMMERCIO

In copertina: elaborazione grafica liberamente ispirata alle opere di René Magritte.

Genere: Poesia

978-88-97995-07-4 | pp. 104 | 12 × 20 cm | luglio 2012

Esaurito

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Descrizione

«I poeti sono alleati preziosi, e la loro testimonianza deve esser presa in attenta considerazione, giacché essi sanno in genere una quantità di cose fra cielo e terra che il nostro sapere accademico neppure sospetta. Particolarmente nelle scienze dello spirito essi hanno di gran lunga sorpassato noi comuni mortali, giacché attingono a fonti che non sono ancora state aperte alla scienza.»

Con queste parole Freud in un suo saggio, delinea la figura del poeta nella sua essenza. E se questa definizione può risuonare, di primo acchito, altisonante e illusoria, l’immagine dell’uomo-veggente, che fa da ponte tra inconscio e materialità, è da considerarsi l’attenta metafora che deve accompagnare il lettore lungo quelle vie inesplorate dei componimenti poetici.
Nella silloge di Francesco Fedele, Vicolo Cielo, questa metafora è tanto più evidente quanto più ci si immerge nello sconvolgimento delle pulsioni che, attraverso la via dell’intuizione, giungono dentro l’«anima mundi». Così recita l’autore: «Voglio perdermi nell’anima del mondo,/ assaggiarne il sapore / sentirne l’odore. / Terra intrisa di sangue e piscio/ vomito e odore di sesso […]».
Il richiamo al Simbolismo che combina a elementi di natura spirituale, quelli della prescienza è evidente soprattutto nella prima parte dell’opera.
Divisa in tre parti (Es – Ego – Super-io) la silloge sembra trovare un punto di incontro tra il conscio e l’Io oscuro quando, il poeta-veggente, attingendo da associazioni emozionali, converte in parole le note dell’anima.
In Es è l’immagine di un pianoforte a far «risuonare lieve» il disagio, l’irrequietezza, il malessere che avvolgono il sognatore: «può una nota stonata ambire ad essere melodia?» è il suo canto disperato; una corrente alterna di emozioni irrompe nella solitudine in Ego: «Sono solo, /cambio carte in continuazione / senza il progetto / di una scala reale […]» per divenire denuncia sociale in Super-io: «[…] basta col nepotismo / e il feudalesimo moderno,/questa corruzione / è così metastatizzata che ogni cosa / puzza di merda di mafia.»
Possiamo notare come, attraverso un processo di metamorfosi, l’autore riesca a far collimare la poesia con la vita, divenendo una forma di comunicazione che, da espressione individuale, diventa assoluta.
L’uso dei simboli, di parole spogliate di ogni pudore, il linguaggio innovativo, il bilinguismo, il distacco da tradizioni troppo “romantiche” fanno collocare l’opera di Fedele nel Modernismo che segna la nascita di una più recente poesia, svincolata dalla rigidità delle vecchie tradizioni.
Ciò che il lettore avverte nello scorrere dei versi, non è solo una mera rappresentazione del sogno di un poeta, ma è la possibilità di vedere con i suoi occhi, di intuire il suo senso stesso dell’esistenza, di imboccare quella strada che non si sa dove porterà, ma che si sente di voler percorrere: «[…] Sé quien soy / no adonde voy.»

Antonia Ventura