Testo e macrotesto nelle «Dionisiache» di Nonno di Panopoli

16,00 

Paolo Nizzola

Prefazione a cura di Giuseppe Zanetto

In copertina: su gentile concessione dell’Archivio Fotografico – Musei Civici d’Arte e Storia, Brescia: Dioniso che abbevera una pantera (mosaico, II sec. d.C.). Domus di Dioniso, Brescia, Santa Giulia – Domus dell’Ortaglia.

Genere: Saggio
Collana di ricerche e studi universitari «GLI ALLORI» diretta da Annunziata Rositani

978-88-95880-80-8 | pp. 232 | 14 × 21 cm | febbraio 2012

Descrizione

La Grecia antica è un luogo di identità culturale (fondata sulla condivisione di lingua, tradizioni, sentimento religioso) più che una regione geo-politicamente definita; l’Egitto antico è un territorio dai confini un po’ meno vaghi, ma aperto – per una sorta di vocazione statutaria – a contatti e intersezioni di ogni genere. Grecia ed Egitto, dunque, sembrano fatti per incontrarsi: l’Egitto “attende” la Grecia, per ospitarla, nutrirla con generosità materna e farla sua. E così avviene: la storia dell’incrocio tra le due culture – una storia complessa, difficile se non impossibile da scrivere compiutamente – è il racconto di come progressivamente la Grecia “entra” in Egitto, vi si impianta e dà origine a una grecità egizia destinata a sopravvivere per oltre un millennio alla rovina del mondo antico. L’ultima sua grande voce è Kavafis, capace di scrivere – nell’Alessandria del Canale di Suez – versi alla maniera degli alessandrini del Museo.
Già in Omero l’Egitto è associato a un’idea di favolosa ricchezza: vi scorrono latte e miele, ogni tesoro vi è riposto. Dall’Egitto Menelao ha portato a Sparta quegli splendori che rendono unica la sua casa (e suscitano l’ammirazione stupefatta di Telemaco e Pisistrato); da Tebe egizia provengono il cesto d’argento e la conocchia d’oro che Elena, la figlia di Zeus, usa per filare la lana. E il mito dell’Egitto non si scolora neppure nei secoli successivi, quando i contatti con la Grecia si fanno più intensi e diretti. Alessandro Magno strappa ai Persiani la terra egiziana, che diventa un regno ellenistico, quindi una nazione greca (o, quanto meno, altamente ellenizzata). Vi fonda una nuova capitale, Alessandria, che cresce prodigiosamente in grandezza, ricchezza e prestigio, al punto da oscurare ogni altra metropoli. A poche decine d’anni di distanza, il poeta Eronda, originario dell’isola di Cos, così fa dire a una donna della sua terra: «Tutto quello che c’è di bello al mondo è in Egitto: soldi, palestre, potere, bel tempo, gloria, spettacoli, filosofi, gioielli […], il Museo, vino, tutti i beni che puoi desiderare; e poi donne, più numerose delle stelle del cielo e splendide come dee». Alessandria non è solo il massimo centro politico ed economico del mondo ellenistico, ma è la nuova Atene. Nella Biblioteca e nel Museo intellettuali provenienti dalle località più diverse studiano, catalogano, commentano i testi della tradizione ellenica, che diventano patrimonio comune delle classi colte in tutto il Mediterraneo.
Poi viene Roma: la battaglia di Azio segna la fine dell’Egitto tolemaico e l’ingresso della terra dei Faraoni nell’imperium romano: non come provincia, ma come regno governato da un praefectus del principe. Peraltro, anche l’Egitto romano continua a essere una terra dove si fa cultura soprattutto in greco. La testimonianza dei papiri è molto chiara: per tutta l’età imperiale e tardo antica, non soltanto le famiglie di discendenza ellenica, ma anche i Romani residenti e una larghissima parte degli egiziani alfabetizzati praticano i testi letterari greci. I bambini imparano a leggere sui versi dell’Iliade; le tragedie e le commedie del teatro attico sono lette e rappresentate; il percorso scolastico non può prescindere dalla filosofia, dall’oratoria, dalla storiografia greche. Ciò non significa però che il greco sia, nell’Egitto romano, solo una lingua della memoria: c’è anche una produzione di opere originali. Per esempio, abbiamo l’impressione che un genere come il romanzo – un genere “nuovo”, nato dal superamento e dall’incrocio dei generi tradizionali – trovi in Egitto un ideale terreno di crescita. E questo può spiegare perché in testi quali il Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio o l’Anzia e Abrocome di Senofonte Efesio ampie sezioni del racconto siano ambientate appunto in territorio egiziano, con un’insistenza e una voluttà che non possono essere né epidermiche né casuali.
Nell’ultimo dei romanzi greci pervenutici per tradizione diretta, le Etiopiche di Eliodoro, l’Egitto non è solo il teatro di una parte consistente della vicenda, ma è additato come patria di una sapienza antica che è alla base della stessa paideia greca. Il sacerdote Calasiride – vero alter ego dell’autore, cui si sostituisce in un lunghissimo racconto metadiegetico – spiega al greco Cnemone che Omero non nacque in Ionia, ma a Tebe egizia, dal dio Ermes e dalla moglie di un sacerdote del luogo: lì crebbe, e lì apprese quella scienza delle cose umane e divine che fa la grandezza della sua poesia. Il passo è la chiave interpretativa dell’intero romanzo: la storia dei due protagonisti, Teagene e Cariclea, che fuggono da Delfi per rifugiarsi in Egitto, risalire il corso del Nilo e concludere il loro viaggio in Etiopia, è la prefigurazione di un percorso intellettuale e spirituale che Eliodoro propone ad ogni suo lettore. Seguace della lettura allegorica dei poemi omerici, il romanziere percepisce la sua opera come una nuova Odissea in prosa, anch’essa intrisa di un’arcana sophìa, dissimulata tra le forme della “favola bella” ma recuperabile grazie ai segnali distribuiti tra le pieghe del racconto.
L’Egitto di Eliodoro è l’alfa e l’omega della grecità: produce il padre stesso della paideia greca e ne accoglie la reincarnazione, nel segno di una continuità culturale che solo in terra egizia può perpetuarsi. Così lette, le Etiopiche sono un precedente utile a spiegare l’origine di un’opera come le Dionisiache, la cui apparente atipicità può a prima vista sconcertare il lettore moderno. Nonno, come sappiamo, nacque all’inizio del V secolo d.C. a Panopoli, una città sulla riva destra del Nilo, duecento chilometri a valle di Tebe, ma visse e operò ad Alessandria. La sua epoca è quella dell’ultimo scontro tra il morente paganesimo e il trionfante cristianesimo. Ma il cristianesimo, soprattutto in Egitto, non è un sistema monolitico: è un coacervo di fedi, sette, liturgie, in cui sopravvivono in misura diversa resti dei culti pagani, soprattutto di quel dionisismo misterico che, diffuso in tutto il mondo ellenistico e imperiale, ebbe in Egitto un terreno di coltura ideale.
Nutrito di questi succhi, Nonno vuole essere il cantore della fine e dell’inizio: la fine del mondo pagano e l’inizio del millennio cristiano. Compone perciò, in esametri dattilici, le Storie di Dioniso e la Parafrasi del Vangelo di Giovanni. Il Dioniso delle Dionisiache è modellato sui protagonisti dei due poemi omerici, poiché come Achille combatte in oriente e come Odisseo torna da vincitore; ma è anche, come sottolineano gli interpreti, una prefigurazione di Cristo. E Cristo è cantato, nel verso eroico e con i toni dell’epica eroica, nella Parafrasi. Ma il sincretismo di Nonno non si limita a questa compenetrazione di fedi: si estende molto più in là, con un virtuosismo mimetico che ci affascina (e anche, un poco, ci travolge). Gli infiniti episodi in cui si sfrangiano le Dionisiache consentono al poeta di ripercorrere idealmente l’intero repertorio mitico e letterario della tradizione greca, alla quale Nonno si rivolge non con la nostalgia dell’epigono ma con l’inesauribile vena dell’innovatore.
E l’Egitto, quell’Egitto che nella prospettiva visionaria di Eliodoro ha dato i natali a Omero e ora fa nascere il suo lussureggiante emulo, è costantemente sullo sfondo. Sua icona è Proteo, il vecchio del mare capace di ogni trasformazione. Proteo abita l’isola di Faro, presso Alessandria, ed è anche il personaggio che nell’Odissea “canta” a Menelao il destino di Odisseo; è dunque il “doppio” del nuovo Omero alessandrino. Ma è anche simbolo (e come tale è evocato nel proemio delle Dionisiache) di un’arte poetica capace di avvolgersi su ogni tema e registro, con la morbida espansività di un tralcio di vite. Appunto nella poikilìa Paolo Nizzola riconosce la cifra artistica di Nonno: il suo saggio si propone come un’indagine moderna e intelligente di un poema che solo da pochi anni sta trovando interpreti capaci di valorizzarne in pieno la novità.

Giuseppe Zanetto
(Professore di Letteratura Greca
presso l’Università degli Studi di Milano)

Testo e macrotesto nelle «Dionisiache» di Nonno di Panopoli