Riscriver bianconeve – La poesia degli scrittori

11,00 

Anna Guzzi

In copertina: Michele Tale, Neve in Lessinia (olio su tela, 50 × 70 cm), www.talemichele.it

Genere: Poesia

978-88-95880-94-5 | pp. 64 | 12 × 20 cm | febbraio 2012

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Descrizione

L’interlinea bianca
della scrittura poetica femminile

Perché introdurre il proprio libro di poesia? Il motivo risiede nel fatto che la poesia non è solo ispirazione, ma si configura come una forma di pensiero, di rielaborazione della realtà e delle conoscenze umane. In particolare, per me, è anche riflessione critica, poiché nasce dalla lettura di autori a me cari. Uno di essi è il poeta citato in epigrafe, Giovanni Giudici:

 

 

Sono queste le giornate bianche,
senza luci né forme – se uno avesse
un diario, bianca la pagina resterebbe.
Narrano altri di notti in cui non si dorme,
ma io qui di giornate per dove il non-vivere
ci iberna, morti guidati da ciechi
ci scosta azzoppati ai bordi del campo.
Mi assillano le tue rabbie futili,
mi costringono a voltarmi, a guardarti:
a non-parole opporre parole non serve,
né silenzi, bisogna aspettare. E quando
tarda la lettera che dà respiro e così
l’esito incerto di guadagni e agonìe,
pretendo che tutto sia chiaro, e chiuso
con me dentro il mondo che mi porta,
globo trasparente in sé mi sostiene.
Non è dunque bontà
il mio desiderio del bene.
Per sparse probabilità si verifica
l’ordine come vorremmo, ma non siamo
pronti a riconoscerlo – e il tempo spira,
passa via il momento opportuno.
Di altro più che realtà ci disturba il pensiero:
come l’uomo – non so – che all’aperto
costretto a defecare teme che arrivi
la guardia o l’impiegato esemplare
segue con batticuore la teppista puttana
nell’alberghetto trepido di sorprese.
QUI ORA ALTROVE NEL FRATTEMPO che cosa
può accadere? E ti lasci interire
dalla paura ore bianche, giornate
bianche, mesi bianchi ti aspettano,
dovrai aspettare finché
d’aspettare anche il tempo manchi.
E aspettando ti senti grado per grado
scivolare, risali un poco, ma sempre
meno sulla liscia parete fanno presa
gli alluci i calcagni dei nostri piedi storpi.
Sempre meno riguadagni, sempre più perdi.
Oggi la mia vita ha diecimila giorni
quindicimila forse vivi davanti
– e tempo sempre più per sorridere
dei timori assurdi, non guardarmi alle spalle,
e ragione sempre più di ripetermi:
sii uomo, non succede niente, tutto
è già quasi accaduto in quegli affanni
giovanili. Adesso si leva il buon vento
che di serenità ci rende vili.
Per questi segni su questa carta un colore
darò a questo giorno, un nome.
Ma nella guasta coscienza io so
io dubito che altrove o nel frattempo
un altro è il colore del mondo, altro
l’amore a cui mi nascondo.

(G. Giudici, “L’educazione cattolica”, in Poesie 1953-1990, Milano, Garzanti, 1991, vol. I, pp. 111-112.)

Al bianco della nullità Giudici oppone il colore della lettera poetica; questo colore, infatti, dà un nome al giorno, anche se permane l’incertezza, il dubbio che la realtà sia sempre altrove e che, con essa, restino lontane anche quelle passioni vitali che, spesso, vengono cristallizzate dalla scrittura. Ma cos’è l’altrove? Forse il das Ding di Jacques Lacan, l’alterità assoluta, il vuoto intorno al quale ruota ogni formulazione linguistica: la poesia “Neve” è ispirata a Zanzotto, il maestro di Pieve di Soligo che lesse con attenzione proprio Lacan. Di Zanzotto ricordo la raccolta Fosfeni il cui titolo richiama il pulviscolo luminoso che l’uomo vede a occhi chiusi, emblema di una dimensione mentale che la poesia non può mai eludere. […]

Tratto dall’introduzione a cura dell’Autrice