La città sottile

10,00 

Rita Brescia

FUORI COMMERCIO

Pagine: 168
Mese/Anno: marzo 2011
ISBN: 978-88-95880-73-0
Dimensioni: 14 x 21 cm

Genere: Narrativa

Collana di Narrativa

Esaurito

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Descrizione

Vincitore della seconda edizione del Premio Letterario Internazionale “Città di Martinsicuro” 2010 sezione Narrativa Inedita.


La città sottile è il resoconto di un intricato viaggio toponomastico-etnologico tra le vie e i quartieri di una Torino mai uguale a se stessa; è una cartografia dell’anima ben tracciata dall’autrice Rita Brescia; è una geografia che da fisica-urbanistica, diviene interiore-introspettiva.
La città, dunque, non è scenario inanimato in cui si svolgono le azioni dei personaggi, ma è essa stessa protagonista attiva. L’autrice, quasi a continuare, attualizzandola, la narrazione calviniana di Le città invisibili, si interroga su cosa sia oggi la città e quale legame la unisca ai suoi abitanti, dimostrando che esiste una fitta rete di corrispondenze, come i mutamenti urbanistici riflettono le metamorfosi di ciascuno, e quanto la realtà circostante mette tutti noi, ininterrottamente e quasi coattamente, in contatto con i luoghi della memoria. Così le vie, “conosciute, disprezzate e nello stesso tempo amate, comunque difese, allo stesso modo in cui si può difendere una madre, che pur si odia, dagli attacchi altrui”, “quelle lingue d’asfalto sciolte in altre lingue” che diventano col passare del tempo “familiari”, si diramano e si estendono nei percorsi emotivi delle due protagoniste: “strade che avevano cambiato fisionomia diverse volte, che si squamavano e si ricomponevano ogni giorno, davanti agli occhi. Come le sorti dei suoi abitanti”. E proprio in quanto intessute di simboli, danno luogo a libere associazioni, divengono una sorta di petite madeleine visive, per dirla con Proust, che inducono alla riflessione.
In un lungo racconto distinto in brevi capitoli alternati, che si riferiscono ora all’una e ora all’altra protagonista, quasi come se non ci fosse alcuna relazione tra loro, l’autrice scandaglia l’intimità di due donne, Sonia e Daniela, apparentemente molto diverse tra loro eppure molto vicine; descrive le realtà cui appartengono e provengono, che sebbene inconciliabili per alcuni tratti, si intrecciano; indaga sul loro modo di concepire l’affetto, l’amore, e di riflesso anche la sessualità; analizza i loro disagi esistenziali, che si trasformano in patologia; concede loro due mondi in cui rifugiarsi, e due diversi referenti cui aggrapparsi: la letteratura a Sonia, e la musica a Daniela; e in ultimo affida a ciascuna, forgiandolo con perizia, un destino, che incaglia ineluttabilmente, ma con esiti diversi, entrambe.
Ecco perché la città concepita dall’autrice, è sottile, perché sottile è il filo che lega le due donne, sottili sono i loro vincoli affettivi, così come del tutto inadeguata è la loro stabilità emotiva, la capacità di relazionarsi, di aspirare al meglio, di cambiare. Ma “sottili” sono soprattutto loro stesse, o meglio la percezione che hanno di sé: Sonia “si sentiva fatta di polvere”, Daniela “si sentì trasformare in cenere”.
Sebbene questo flusso di coscienza si concentri unicamente sulle due donne, tuttavia inevitabilmente gravita intorno anche agli altri personaggi, che interagiscono nelle loro vite: cosicché i compagni, Paolo e Domenico, assumono la funzione di alter-ego, di fantasmi perturbanti, che inducono entrambe all’autocritica; le madri, sempre stigmatizzate per loro austera severità, e incapacità di amare, rappresentano la coscienza ipercritica che genera vergogna e umiliazione, e induce all’auto-mortificazione; mentre gli amici, tra cui Elena e Sandro, Anna, e persino il figlio di Daniela, Andrea, in quanto mondo esterno, hanno il compito di mediare, di far reagire le protagoniste, fungendo da specchio. Allo stesso modo la stessa letteratura per Sonia, così come d’altronde la musica per Daniela, altro non è che un “bisogno di fuggire da se stessa, di crearsi un mondo parallelo a quello reale, un universo da riempire con immagini prese in prestito dai libri, i soli amici fidati, capaci di scandire il passare dei giorni con rassicurante stabilità”.
Unico dilemma, che segue tutto il filo dei pensieri delle protagoniste, ma che viene sciolto a lettura ultimata, è se sia più corretto perdonarsi o dimenticare, che spesso è l’“unica strategia per sopravvivere”.
Un vero romanzo psicologico dunque, in cui ogni indirizzo ha sede nell’animo, in cui ogni via è un percorso mentale, ogni luogo riconduce alla memoria, ogni bivio mette di fronte agli angoli remoti del proprio sé, ai vuoti irrisolti della psiche. La storia interiore di due donne, di una graduale presa di coscienza, insomma, un’agnizione sofferta, descritta con l’amore per il dettaglio e la sensibilità di un’altra donna: l’autrice stessa, che con estrema lucidità e profonda introspezione, e allo stesso tempo senza facili ipocrisie e fantasiosi alibi, riesce a cogliere i movimenti, i mutamenti, le lacerazioni dell’animo femminile.
E se gli occhi sono lo specchio dell’anima, particolare attenzione va data, allora, alla descrizione minuziosa e poetica che ne viene offerta nel testo, quasi come se negli occhi si nascondesse un continuo lavorìo, tutto il cammino travagliato di una vita: la donna che Sonia incontra al mercato aveva un colore degli occhi “verde palude, con qualche pagliuzza dorata, messa in risalto dalla luce del sole”; la donna che chiede una sigaretta a Daniela le ricorda la madre per “gli stessi occhi smarriti e vacui: occhi velati nella vitrea fissità del dolore”; e in ultimo Sonia, con il “terzo occhio” della macchina fotografica, focalizza gli “occhi verde cinabro, con sfumature notturne” di Andrea.

Rosamaria Scarfò