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Figlio di Mercurio
[la mente ri(s)cattata]

Gabriella Bertizzolo

Il romanzo inedito si è aggiudicato il Premio Letterario Internazionale “Gaetano Cingari” 2009 e il Premio Letterario Nazionale di Calabria e Basilicata 2010.

Genere: Narrativa

| € 13,00 | 978-88-97995-28-9 | pp. 200 | 14 × 21 cm | aprile 2013 | ACQUISTA

Breve presentazione dell’opera

Un arcano, insondabile legame unisce Davide, affetto da grave disturbo bipolare, ai bizzarri umori del Po che negli anni Cinquanta aveva allagato la casa dei nonni facendo morire di crepacuore nonno Isidoro e costringendo gli altri componenti della famiglia Narcolessa a trasferirsi chi a Vigonza, chi nei pressi di Ferrara... Proprio nel cuore della città estense il protagonista, tra momenti di euforia, raptus erotici, baratri depressivi, ricoveri spontanei e coatti, grazie a un’intelligenza fervida, a una grande sete di cultura e a uno straordinario senso dell’ironia, riesce a rendere sopportabile e unica la sua vita…

 

Prefazione a cura di Francesca Rappoccio

Figlio di Mercurio rappresenta per la forza, il coraggio contenutistico e la verve comunicativa una novità all’interno del panorama narrativo. È un viaggio negli abissi della psiche umana, forse un biglietto di sola andata per la follia, percorso sui binari di un’esistenza dall’apparenza normale e regolare.
È la storia di Davide, personaggio scomodo, borderline, esaltato e divorato da turbe psichiche che lo rendono ai più incomprensibile e indecifrabile. Come fu per il pazzo ne La Gaia scienza di Nietzsche quando comunicò alla piazza del mercato che Dio era morto, anch’egli subirà l’onta del rifiuto e della non accettazione esistenziale. Il protagonista raffigura il lato oscuro dell’uomo, rigurgito della società “normale” la quale vorrebbe addirittura cancellare traccia di quest’ombra che non può assumere sembianze d’individuo. Anche questa storia va raccontata e con audacia l’autrice Gabriella Bertizzolo lo palesa quando ci pianta i piedi a terra e ci costringe ad aprire gli occhi, come Alex di Stanley Kubrick, trasportandoci nei corridoi di un ospedale psichiatrico, tra ricoveri coatti e pazienti coscienti della propria umanità disgregata mentre noi, allibiti, assistiamo all’impenetrabile.
L’Autrice attraversa il solco della tradizione novecentesca in cui l’io è visionario, sminuzzato, tozzianamente allucinato, nel quale l’inconscio ha il sopravvento sul conscio. Ma il nostro “figlio di Mercurio” non appartiene alla realtà, è consapevole delle sue manie, non cerca comprensione per i gesti di autolesionismo o corrosione di una famiglia già fortemente assente, ma leale accettazione di una follia che può generare violenza.
Priva di toni critici è, inoltre, la constatazione di una famiglia incapace a gestire tali problematiche, ma che è lasciata sola e allo sbando ad affrontare l’inferno. Si tratta di una contrasto interno tra l’io e la patologia mai arrendevole, giacché il paziente è divenuto capace di dominare i meccanismi analitici appresi lungo l’arco della sua intera vita.
La comprensione, il nostro Davide, la troverà nel lettore e avrà un sostenitore in più nell’Autrice, specialmente quando si assisterà al sincero desiderio di esorcizzare la propria follia in tentativi, un po’ maldestri e sconclusionati, di imbastire relazioni interpersonali.
Per la bellezza e la complessità di anime, l’opera si presta bene a una resa teatrale e cinematografica grazie all’inserimento della dimensione di inquietudine in un periodare brillante, caparbio, intenso, fortemente chiaro e articolato. La scelta di un lessico volutamente crudo e contraddistinto da immagini sconcertanti, anche relative alle pulsioni sessuali quasi animalesche, serve a eliminare filtri nella descrizione dello squallore umano e del degrado familiare che fungono da sfondo alle vicende: ogni elemento è presentato con una certa durezza, senza fronzoli illusori. L’intento è generare un contatto diretto, graffiante quasi come delle spine sulla pelle, poiché dal dissidio interiore nasce la comprensione e da essa, in alcuni casi, l’accettazione. Poiché figlio di Mercurio, egli è dotato di un paio di ali che lo portano in alto facendone una spola tra il genere terrestre e la trascendenza e sottolineando ancora una volta le sue funzioni di “messaggero” tra l’uomo e Dio. Ecco spiegato chi è il nostro protagonista: ignoto e imperscrutabile alla maggioranza, in quanto collocato tra il terreno e il divino, tra il conoscibile e l’incomprensibile.
Per concludere, l’Autrice affettuosamente conferma l’aspirazione a riscattare quest’animo impalpabile e inafferrabile che, in parziale incoscienza, mantiene spiegate le ali, pronte a spiccare nuovamente il volo.

 

 

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