Il romanzo Mille Miglia una corsa
per la vita, di Claudio Alberto Andreoli, non
è soltanto il racconto di una delle più
storiche e prestigiose gare automobilistiche, a cui
già l’omonimo titolo fa riferimento,
ma è soprattutto un resoconto dell’esistenza
umana: è la storia di vite che ineluttabilmente
si intrecciano e si accompagnano, di sopravissuti
che coattamente tentano di resistere alle insidie,
ai momenti difficili, presenti lungo il cammino di
ciascuno; è la storia di chi ha il coraggio
di rialzarsi, di agire per migliorare se stesso e
salvare la vita altrui, anche quando ciò significa
sacrificare la propria.
Ed è proprio in occasione della competizione
di auto d’epoca, Mille Miglia, che due delle
coppie che gareggiano, quelle date per favorite, si
incontrano, si conoscono meglio, fino a condividere
non solo parte della gara, ma anche ciò che
ne conseguirà: alla guida dell’Aston
Martin, argentata, c’è il rampollo Leopoldo
Borghetti, insieme al suo navigator, il moldavo
Vladimir Kiev; mentre proprietario dell’Alfa
Romeo, rosso fiammante, è Sergio Adrati, e
con lui gareggia il navigator, nonché
amico di infanzia, Francesco Franzelli. Così
in breve e semplicisticamente si può riassumere
la trama del romanzo.
Tuttavia il testo, molto più complesso e ben
articolato, si presenta come un’opera sui
generis, che sfugge da una precisa connotazione,
da un definito genere letterario, configurandosi ora
come romanzo d’avventura, ora come romanzo psicologico,
arricchito da una pletora di nozioni di carattere
antropologico-eziologico, storico-artistico, nonché
araldico-toponomastico ed eno-gastronomico, che conferiscono
maggiore autorità e attendibilità al
testo stesso: da costumi e perversioni sessuali, si
passa a citazioni e aneddoti legati alla produzione
di vini; ma anche all’etimologia dei nomi di
città, delle tradizioni che in esse si perpetuano,
e delle loro costruzioni architettoniche e bellezze
artistiche; alla spiegazione di alcuni rituali; alla
storia di antiche famiglie signorili italiane; e ancora
alla caduta dell’Unione Sovietica e del Comunismo.
Non un diario di bordo dunque, ma un romanzo compatto
che segue un’andatura binaria: da un lato la
narrazione dell’evento Mille Miglia, di cui
vengono offerte informazioni precise e verosimili,
dall’altro il flusso di ricordo dei due navigator,
Vladimir e Francesco, occasionato dalle suggestioni
che l’evento stesso induce. Questi ultimi, infatti,
seguendo le tappe fondamentali della corsa, e spesso
interrotti dai compagni alla guida, ripercorrono mentalmente,
scandendoli nei tempi cronometrati della gara, i momenti
fondamentali della propria esistenza, popolata da
volti di amici, affetti familiari, amori, incontri
effimeri. Così il percorso Brescia-Roma-Brescia
perde il suo valore intrinseco, e lo acquisisce solo
nella misura in cui permette ai personaggi di abbandonarsi
ai loro pensieri, alle loro reminiscenze.
Tale schema narrativo fa sì che alla cornice
generale della gara, in cui sono coinvolti tutti i
partecipanti, segua un doppio sviluppo speculare e
asimmetrico del discorso; nel senso che, sulla base
del comune contesto, la storia individuale dei due
protagonisti procede in modo analogo da un punto di
vista cronologico, ma opposto qualitativamente, rispetto
agli avvenimenti che li riguardano.
L’opera si apre infatti con l’attesa di
Vladimir da parte di Leopoldo, e di Francesco da parte
di Sergio, a cui seguono altri determinati momenti
nodali della competizione e dell’excursus
vitae, in cui però ciascuno dei protagonisti
assume posizioni diverse: alla catabasi dell’uno
corrisponde l’anabasi dell’altro; al fallimento
dell’uno, l’ascesa economica dell’altro;
alle virtù morali dell’uno il degrado
dell’altro; ai tradimenti subiti dall’uno,
quelli consumati dall’altro; agli amori sofferti
e problematici dell’uno si contrappongono le
relazioni facili e superficiali dell’altro;
così come opposti sono anche i motivi per cui
partecipano alla gara.
La storia di due uomini, dunque, colti nelle loro
debolezze e bassezze, ma anche nei momenti di maggiore
felicità e realizzazione; un racconto dell’anima,
che solo a se stessi si può confessare; un
percorso introspettivo che permette ai due navigator,
così dissimili tra loro per origini e stile
di vita, di prendere coscienza, e di fare virtù
dei propri fallimenti.
Ed è proprio a partire da questa autoanalisi,
capace di scuotere l’intimo dei protagonisti,
che la profonda discrasia che sussiste tra loro, reiterata
peraltro in tutto il testo, si risolve in una solidale
empatia, in un consorzio, in un’armonica condivisione.
Solo nell’explicit, infatti, le riflessioni
del moldavo Vladimir e di Francesco, ma pure i loro
destini si intrecciano fatalmente, insieme a quelli
degli altri personaggi del romanzo, offrendo così
a ciascuno la possibilità di potersi redimere,
di appianare i propri conti, e quindi, ad un livello
narrativo, lo scioglimento delle azioni.
Rosamaria Scarfò