Un velo di mistero aleggia intorno
alla tranquilla quanto borghese famiglia Anselmi,
in vacanza nella residenza estiva di Pietranera in
Liguria. Tutto ha inizio casualmente, quando Franco,
il protagonista, durante una schermaglia giocosa con
il cugino Roberto, inciampa su una scatola imballata,
che suscita curiosità per le parole scritte
all’esterno della confezione, ma soprattutto
per il suo contenuto. Questo l’enigma da risolvere,
ed è proprio a partire da questo elemento perturbante,
da questo “oggetto mediatore” per dirla
con Ceserani, che si dipanano le indagini del ragazzo,
impigliato in una fitta trama di segreti inconfessabili,
riguardanti tutti i componenti della famiglia; in
luci e ombre, che si scagliano tra la folta vegetazione
di montagna, per poi proiettarsi anche negli animi
dei personaggi, i quali alternano parole non dette
a confessioni disperate, incontri mancati ad appuntamenti
ambigui, alibi e bugie a verità scomode, sospetti
a certezze inconfutabili, coincidenze e imprevisti
casuali a decisioni risolute e razionali.
Insomma un vero giallo deduttivo, quello messo in
piedi dall’autore Andrea Percivale, sia per
l’ambientazione, per certi versi sinistra (molte
azioni si svolgono tra i boschi), sia perché
gli avvenimenti sono collocati in un ambito piuttosto
isolato che consente di identificare i sospettati
in una cerchia ristretta e ben definita, ma anche
perché ad indagare, raccogliendo indizi spesso
nascosti e fuorvianti, spiando le mosse dei sospettati,
e architettando stratagemmi di vario tipo per cogliere
in flagranza il colpevole, è un dilettante,
un adolescente con ambizioni di scrittore: Franco.
Lo spaventapasseri è un romanzo articolato
che sfocia nella metaletterarietà, e che si
ammanta di elementi tipici del genere fantastico sia
nei procedimenti di enunciazione, come pure nelle
tecniche e nei sistemi tematici che ricorrono. In
questo senso va allora concepita la carica creativa
e metaforica del linguaggio, le confessioni da parte
dei personaggi, gli elementi di figuratività
connessi alla semantica della visione, il tema dei
morti, della follia, del senso del limite e del baratro,
e della “frontiera”, considerato come
confronto tra due culture. L’impiego di questi
espedienti narrativi, di strategie retoriche e di
topoi ricorrenti, permette infatti di conferire maggiore
attendibilità e veridicità a quanto
viene scritto.
Proprio questa l’arte dell’autore, il
quale sapientemente è riuscito a tessere gli
intrighi che si celano dietro una famiglia apparentemente
salda e armoniosa, cogliendone le zone d’ombra,
e svelandone, alla luce della ragione, i contenuti
latenti, repressi, ineffabili; impresa alquanto complessa
dal momento che “il chiarore è un fastidio,
un’intrusione, un abbaglio che nasconde tutto”.
Non uno sterile risolvimento di un caso ma un’investigazione
più profonda, intenta a ricercare tutte le
dinamiche, le sovrastrutture, che lo hanno creato.
Vengono palesati il senso di fallimento indotto da
grandi ambizioni, la vulnerabilità, i dubbi,
le lacerazioni interne, i disagi, i turbamenti che
coinvolgono tutti i personaggi, i quali seppur vicini
fisicamente, sono divisi da una distanza emotiva e
generazionale, in cui però gli adolescenti
occupano un posto privilegiato. Questi ultimi, infatti,
rispetto agli adulti, spesso caratterizzati dall’inazione,
da un senso di inadeguatezza, individualismo e incomunicabilità,
sono allo stesso tempo, gli spettatori e i veri registi
della storia, nonché in parte gli ideatori
stessi del plot. Sensibili e perspicaci avvertono
il malessere che circonda il mondo adulto, e con determinazione
e grande maturità, ma anche con spirito di
coesione, doti manchevoli ai loro genitori, riescono
a mutare il corso degli eventi, riscrivendo la trama
e portandola verso un epilogo insospettato.
Ma in fondo, tra esterno e interno, luci e ombre,
visione e cecità, tra giochi di sospetti, rimandi,
suspense e colpi di scena, ciò che certamente
influenza il carattere del testo e che permette l’assoluto
coinvolgimento da parte del lettore è, il linguaggio
stesso: semplice e diretto, ma anche metaforico, ironico,
arricchito di citazioni letterarie, musicali, filmiche,
di stereotipi e riferimenti al mondo odierno, che
vanno dalle marche commerciali agli slogan pubblicitari.
Un linguaggio nuovo, che si modula sulle frequenze
dei neologismi, di termini ri-semantizzati, dello
slang giovanile, rasentando il turpiloquio.
D’altronde vita e romanzo si intrecciano, sono
interscambiabili, a tal punto che persino “il
‘verosimile’ è più reale
del vero”. Così dalle menzogne, dai sotterfugi
della vita nascono storie letterarie veritiere e autentiche.
In questo senso va considerato allora anche il titolo
dell’opera, dal momento che spesso gli individui
si lasciano sedurre da falsi miti, da simulacri, giungendo
persino ad assumere le sembianze di spaventapasseri,
che “serve proprio per confondere, per farti
immaginare quello che non c’è”.
Insomma, per quanto ciascuno, si adoperi nel vano
tentativo di dare una direzione compiuta alla propria
esistenza, tuttavia le pagine della vita, gli orditi
del destino, disegnano altre trame, filano altri epiloghi,
così che nessuno è davvero l’unico
artefice di se stesso, nessuno scrive veramente la
propria storia, ma piuttosto è un personaggio
che si lascia agire dal corso della narrazione.
Rosamaria Scarfò