Nei sotterranei della stazione centrale
di Milano viene ritrovato il cadavere di un barbone.
Un delitto inspiegabile, una fine indegna, una morte
ingiusta quanto misteriosa, che fa molto riflettere
il commissario Andrea Trombettoni, il quale, mettendo
da parte pregiudizi sociali, depistamenti, mezze verità
e omissioni, si occupa della strana vicenda, aggravata
e complicata da altre due sparizioni sospette: una
precedente all’omicidio e una immediatamente
successiva.
Lo stravagante ma perspicace commissario, tuttavia,
non è solo nel portare avanti il suo lavoro
investigativo: oltre ad avvalersi del supporto dei
suoi superiori e della collaborazione dei suoi colleghi,
tra cui l’ispettore Fortuna e l’agente
della Polfer Giorgio, viene accompagnato e aiutato
per tutto lo svolgimento delle indagini dagli altri
barboni che popolano il sottomondo della stazione,
in particolar modo da Alessandra, la quale inaspettatamente
si rivela un personaggio chiave per la risoluzione
del caso.
Dunque l’opera si configura come un vero e proprio
romanzo giallo, ideato dall’autore Andrea Buccianti,
per certi versi alter-ego del protagonista come si
evince già dal nome, con raffinata attenzione
al particolare e con una profonda sensibilità
alle dinamiche esistenziali. Ma, tra congetture, ipotesi,
deduzioni, interrogazioni, confessioni, moventi, esecutori
materiali e mandanti, si insinuano altre questioni
che, come fila sfilacciate, come trame scoperte, scorrono
parallelamente all’intreccio della storia: così,
mentre il commissario Trombettoni cerca delle relazioni
tra l’assassinio e i presunti colpevoli, implicati
nella vicenda, si trova a scandagliare le relazioni
familiari e affettive dei personaggi; nel tentativo
di ricostruire l’identità del barbone
morto, finisce con il disvelare la vera identità
di Alessandra; e ancora, pur sforzandosi di concentrarsi
sul presente e sull’imminente conclusione dell’attività
investigativa, viene attanagliato dai ricordi del
passato.
Tutto il romanzo comunque, si muove su un duplice
piano: da una parte gli avvenimenti che si aggrovigliano
alla luce del sole, nel mondo ordinato e razionale,
scandito dai ritmi frenetici, in una realtà
ipocrita e falsa, dominata dal materialismo; dall’altra
le azioni che si snodano nel buio mondo dei sotterranei
in cui vigono altre regole, popolato da uomini e donne
senza nomi né passato, i quali solo in quanto
deboli o perché ribellatisi alle logiche del
potere, sono considerati “schiavi, paria,
invisibili, non credibili”.
La dicotomia tra sovra-mondo e sub-mondo, tra luce
e buio, tra visione e cecità, tra verità
ingannatrice e illusoria, e conoscenza intima e totale,
si risolve, pertanto, con la supremazia della seconda
sulla prima. Paradossalmente infatti, il commissario
perviene alla risoluzione del caso, soltanto dopo
aver esaminato e compreso ciò che si agita
tra i reticoli sotterranei, e solo grazie alle confessioni-testimonianze
dei relitti che li abitano. In questo senso quindi,
sia la luce che acceca, come anche la nebbia che confonde,
“nemico personale” di Andrea, distolgono
dalla reale percezione, mentre invece il buio, il
cui valore è reso icastico già nel titolo,
illumina la verità. Allo stesso modo questo
discendere nel sottomondo, in cui guide-Giuda e traghettatori-Caronte
fanno la loro comparsa, in cui nulla è come
sembra, e persino l’accostamento barbone-Barone
è possibile, permette al commissario di fare
affidamento sul proprio istinto, di “fiutare”
lo scacco, e quindi di comprendere.
Si possono, quindi, rintracciare tre livelli di significato
dell’opera, così quanti sono i livelli
dei sotterranei della stazione, nonché quelli
della struttura mentale: su di uno si sviluppa la
narrazione del giallo; sull’altro si innesta
una critica contro le ingiustizie, le disparità
e le contraddizioni sociali, scaturite dalla “democrazia
autoritaria, concausa dell’alienazione”,
tenace nel persuadere “ad accettare i valori
della società, che impone i propri modelli
di tecnologia e di potere”; e su di un
terzo, più profondo e meno palese, si tenta
un approccio psicanalitico, rappresentato dal calarsi
metaforicamente negli stadi più remoti del
proprio essere, nell’inconscio.
Insomma un romanzo complesso e multiforme nelle sue
diverse letture interpretative. Cosicché si
passa facilmente dai ricordi ossessivi alle tesi scientifiche,
dagli articoli di legge ai riferimenti letterari e
alle speculazioni filosofiche: “uno per ritrovarsi
da queste parti, ha una dialettica fondata principalmente
sulle nozioni d’antitesi e di rifiuto. Si pone
in un’ottica d’interrogazione critica,
contestatrice, e chiede alla società i propri
titoli di legittimità”; ma anche ad interi
periodi dedicati all’arte culinaria: d’altronde
“non c’è un solo grande investigatore
della letteratura che in qualche modo non sia connesso
con il cibo o la cucina. Da Maigret a Nero Wolf, da
Poirot a Montalbano, da Pepe Carvalho a tanti altri
minori, tutti cucinano o almeno amano il buon cibo”.
Una storia avvincente che si dipana tra colpi di scena
e esiti insospettati, raccontata in un linguaggio
reale e diretto che, sebbene a tratti sia tecnico
e settoriale, è scevro da termini burocratici,
ma comunque sfumato da toni metaforici e ironici.
Rosamaria Scarfò