Vincitore
della seconda edizione del Premio
Letterario Internazionale “Città
di Martinsicuro” 2010 sezione Narrativa
Inedita.
La città sottile è il resoconto
di un intricato viaggio toponomastico-etnologico tra
le vie e i quartieri di una Torino mai uguale a se
stessa; è una cartografia dell’anima
ben tracciata dall’autrice Rita Brescia; è
una geografia che da fisica-urbanistica, diviene interiore-introspettiva.
La città, dunque, non è scenario inanimato
in cui si svolgono le azioni dei personaggi, ma è
essa stessa protagonista attiva. L’autrice,
quasi a continuare, attualizzandola, la narrazione
calviniana di Le città invisibili,
si interroga su cosa sia oggi la città e quale
legame la unisca ai suoi abitanti, dimostrando che
esiste una fitta rete di corrispondenze, come i mutamenti
urbanistici riflettono le metamorfosi di ciascuno,
e quanto la realtà circostante mette tutti
noi, ininterrottamente e quasi coattamente, in contatto
con i luoghi della memoria. Così le vie, “conosciute,
disprezzate e nello stesso tempo amate, comunque difese,
allo stesso modo in cui si può difendere una
madre, che pur si odia, dagli attacchi altrui”,
“quelle lingue d’asfalto sciolte in altre
lingue” che diventano col passare del tempo
“familiari”, si diramano e si estendono
nei percorsi emotivi delle due protagoniste: “strade
che avevano cambiato fisionomia diverse volte, che
si squamavano e si ricomponevano ogni giorno, davanti
agli occhi. Come le sorti dei suoi abitanti”.
E proprio in quanto intessute di simboli, danno luogo
a libere associazioni, divengono una sorta di petite
madeleine visive, per dirla con Proust, che inducono
alla riflessione.
In un lungo racconto distinto in brevi capitoli alternati,
che si riferiscono ora all’una e ora all’altra
protagonista, quasi come se non ci fosse alcuna relazione
tra loro, l’autrice scandaglia l’intimità
di due donne, Sonia e Daniela, apparentemente molto
diverse tra loro eppure molto vicine; descrive le
realtà cui appartengono e provengono, che sebbene
inconciliabili per alcuni tratti, si intrecciano;
indaga sul loro modo di concepire l’affetto,
l’amore, e di riflesso anche la sessualità;
analizza i loro disagi esistenziali, che si trasformano
in patologia; concede loro due mondi in cui rifugiarsi,
e due diversi referenti cui aggrapparsi: la letteratura
a Sonia, e la musica a Daniela; e in ultimo affida
a ciascuna, forgiandolo con perizia, un destino, che
incaglia ineluttabilmente, ma con esiti diversi, entrambe.
Ecco perché la città concepita
dall’autrice, è sottile, perché
sottile è il filo che lega le due donne, sottili
sono i loro vincoli affettivi, così come del
tutto inadeguata è la loro stabilità
emotiva, la capacità di relazionarsi, di aspirare
al meglio, di cambiare. Ma “sottili” sono
soprattutto loro stesse, o meglio la percezione che
hanno di sé: Sonia “si sentiva fatta
di polvere”, Daniela “si sentì
trasformare in cenere”.
Sebbene questo flusso di coscienza si concentri unicamente
sulle due donne, tuttavia inevitabilmente gravita
intorno anche agli altri personaggi, che interagiscono
nelle loro vite: cosicché i compagni, Paolo
e Domenico, assumono la funzione di alter-ego, di
fantasmi perturbanti, che inducono entrambe all’autocritica;
le madri, sempre stigmatizzate per loro austera severità,
e incapacità di amare, rappresentano la coscienza
ipercritica che genera vergogna e umiliazione, e induce
all’auto-mortificazione; mentre gli amici, tra
cui Elena e Sandro, Anna, e persino il figlio di Daniela,
Andrea, in quanto mondo esterno, hanno il compito
di mediare, di far reagire le protagoniste, fungendo
da specchio. Allo stesso modo la stessa letteratura
per Sonia, così come d’altronde la musica
per Daniela, altro non è che un “bisogno
di fuggire da se stessa, di crearsi un mondo parallelo
a quello reale, un universo da riempire con immagini
prese in prestito dai libri, i soli amici fidati,
capaci di scandire il passare dei giorni con rassicurante
stabilità”.
Unico dilemma, che segue tutto il filo dei pensieri
delle protagoniste, ma che viene sciolto a lettura
ultimata, è se sia più corretto perdonarsi
o dimenticare, che spesso è l’“unica
strategia per sopravvivere”.
Un vero romanzo psicologico dunque, in cui ogni indirizzo
ha sede nell’animo, in cui ogni via è
un percorso mentale, ogni luogo riconduce alla memoria,
ogni bivio mette di fronte agli angoli remoti del
proprio sé, ai vuoti irrisolti della psiche.
La storia interiore di due donne, di una graduale
presa di coscienza, insomma, un’agnizione sofferta,
descritta con l’amore per il dettaglio e la
sensibilità di un’altra donna: l’autrice
stessa, che con estrema lucidità e profonda
introspezione, e allo stesso tempo senza facili ipocrisie
e fantasiosi alibi, riesce a cogliere i movimenti,
i mutamenti, le lacerazioni dell’animo femminile.
E se gli occhi sono lo specchio dell’anima,
particolare attenzione va data, allora, alla descrizione
minuziosa e poetica che ne viene offerta nel testo,
quasi come se negli occhi si nascondesse un continuo
lavorìo, tutto il cammino travagliato di una
vita: la donna che Sonia incontra al mercato aveva
un colore degli occhi “verde palude, con qualche
pagliuzza dorata, messa in risalto dalla luce del
sole”; la donna che chiede una sigaretta a Daniela
le ricorda la madre per “gli stessi occhi smarriti
e vacui: occhi velati nella vitrea fissità
del dolore”; e in ultimo Sonia, con il “terzo
occhio” della macchina fotografica, focalizza
gli “occhi verde cinabro, con sfumature notturne”
di Andrea.
Rosamaria Scarfò