Ogni vita ha un destino, e qualche volta, nel corso
di un’esistenza, a qualcuno capita di riconoscere
il proprio e di guardarlo in faccia. Ad Andrea Nobile,
il protagonista di Angela pelle di marmo,
capita una sera umida di fine ottobre. In una vecchia
fotografia ritrovata sul fondo di un cassetto c’è
la conferma dolorosa di un destino precoce e l’occasione
– forse l’ultima – per cambiarlo.
Cresciuto tra i silenzi impenetrabili di un padre
assente e la devozione muta e scontrosa della governante,
Andrea ha scoperto fin da subito l’illusorietà
della fuga. Per difendersene, ha imparato la pazienza
dell’attesa e una sorta di fedeltà rancorosa
alla sua città, al suo quartiere, alla casa
di tre piani in cui è nato e cresciuto. Gli
anni sono trascorsi e Andrea è rimasto lì,
fermo in mezzo al disordine che si è lasciato
crescere attorno. Ha fatto passare il tempo, come
suo padre.
Vissuto nell’eterna attesa di cominciare a vivere,
Andrea ha finito col fare della precarietà
la propria condizione esistenziale. Da ingegnere mancato
ha rinunciato a ogni idea di progetto, accontentandosi
di “emozioni fugaci” e “prestazioni
occasionali”. Non ha mai preteso niente. E ha
concesso poco: qualche attenzione distratta, un affetto
distante che si è lasciato rubare prima di
tornare al conforto delle sue consuetudini. L’ha
sempre saputo: non avere nulla è l’unico
modo per non perdere tutto. Se allontanarsi non porta
mai da nessuna parte, allora tanto vale muoversi in
un circuito rassicurante fatto di strade e percorsi
sempre uguali. All’occorrenza, una strada lanciata
all’infinito come verso un punto di fuga, uno
sfogo per una febbre che ogni tanto torna a bruciare.
L’ incontro con Angela è lo specchiarsi
di due solitudini, il riconoscersi intenso e fugace
di percorsi che somigliano a derive. Due esistenze
intorpidite scosse da una possibilità di salvezza
da accarezzare insieme. Ma è l’illusione
di un attimo. Troppo forte è la determinazione
di Angela di chiudersi alla vita. Se ricominciare
a vivere significa mettersi ancora una volta in gioco
e accettare il rischio di perdere tutto, se significa
tornare a provare dolore, allora no, meglio una insensibilità
da pietra fredda, meglio l’anestesia di un gelo
sotto la pelle.
Il coraggio che Angela non vuole avere è il
coraggio di cui Andrea si scopre capace. È
il coraggio che occorre per lasciarsi salvare, per
prendere in mano la propria vita, per imparare finalmente
a scegliere. E anche per lasciarsi vincere dalla concretezza
giovane di Matilde, dalla naturalezza del suo sguardo
gettato dritto in faccia alle cose.
Ambientato sullo sfondo immutabile di una città
industrializzata del Sud, Angela pelle di marmo
è la storia della rinascita di un uomo, il
racconto calibrato di una presa di consapevolezza
dolorosa e salvifica che restituisce alla vita.
Con una scrittura sempre attenta, controllata, e l’uso
di una lingua tutt’altro che dimessa, l’autore
dà vita a personaggi convincenti, tratteggiati
con linee essenziali e precise. La scelta di un tono
sommesso e di uno stile piano risulta perfetta per
dare voce all’afasia di esistenze che sembrano
girare a vuoto, e regala all’opera una felice
compattezza stilistica. Sul finale l’accelerazione
improvvisa e lo scarto, una violenza muta e raggelata
che trova la sua lingua convulsa, ed è come
una crepa su una lastra di ghiaccio.
Antonio Bevacqua