L’opera di Antonio Calabrò è
destinata a creare clamori, a spiazzare il pubblico
anche quello più appassionato e da sempre abituato
alle discussioni intorno alla valenza, al ruolo e
all’impatto che la letteratura, ed i libri in
genere, hanno sull’esistenza degli uomini.
È il racconto in prima persona, un’autobiografia
culturale, emotiva; un percorso esistenziale sempre
segnato dalla necessità concreta, quasi fisica,
dei libri. Fin da subito, egli si palesa come voce
narrante spoglia di remore nel rivelare ai lettori
dubbi ed interrogativi sul suo mestiere di scrittore.
Già di per sé il titolo è imperioso,
forse anche un po’ azzardato e volutamente idealista,
ma trasmette in pieno la passione culturale che accompagna
quest’uomo in tutta la vita.
Rappresenta parte del conoscibile dell’Autore,
una summa letteraria, cinematografica, musicale nella
quale il lettore potrà identificarsi, ritrovare
comuni passioni o scoprirne di nuove.
“Sentirsi in un acquario”: così
esordisce l’Autore Antonio Calabrò nell’opera
Un libro ci salverà, con la quale
si evince già dalle prime pagine una netta
distinzione tra sé e il mondo.
Ai confini dell’analisi sociologica e antropologica,
il protagonista ha il desiderio forsennato di scorgere
e mirare oltre i limiti della conoscenza critica.
L’atteggiamento è a tratti irriverente
e anticonvenzionale soprattutto quando utilizza l’ironia
inumidita di avversione (dunque anche su di sé)
sulla categoria degli scrittori contemporanei, che
non aggiungono nulla di nuovo a ciò che è
già stato detto lungo secoli di tradizione
letteraria ma, al contrario, banalizzano certi stereotipi
che divengono cliché ad uso e consumo.
Perentorio è il suo manifesto letterario quando
dichiara: “Applicare alla parola scritta il
mio modo di essere.”
E da questo punto si snoda tutta la vicenda dell’Autore
alla ricerca di un soggetto da scrivere, adatto alla
tv, “familiare ed educativo”. Ed ecco
palesarsi il bivio intellettuale: quale strada imboccare?
Scegliere il facile successo o attendere che prenda
forma la vera storia?
Tale dicotomia non avrà ragion d’essere,
poiché è connaturato nell’Autore
il desiderio di potenziare il significato estrinseco
delle parole, baluardo di difesa e vittoria sulle
logiche del denaro e della vana gloria.
La critica non cede mai il passo all’accettazione
del compromesso, giacché l’opera è
un incondizionato inno al valore del libro e all’imperscrutabile
virtù di incarnare le umanità più
disparate.
Così immagina di aggirarsi, con iniziale confusione,
nei meandri oscuri dell’iter letterario accompagnato
da Melville, indimenticabile autore del Moby Dick,
sua guida virgiliana sempre pronta ad aiutarlo ed
in certi casi a spronarlo nell’inseguire una
storia da narrare.
Melville però non sarà l’unico
ad esser presente. Le voci di tanti autori fungono
da prefazione ad ogni capitolo; si alternano Calasso,
Tolstoj, Stendhal, McCarthy, Bulgakov, Borges ciascuno
dei quali ha contribuito a rendere Calabrò
un intellettuale in costante osservazione.
Predilige definirsi “capotreno esistenziale”,
forse a voler sminuire le proprie capacità
o alleggerire l’arduo e scomodo compito che
attribuisce allo scrittore di risolutore dei mali
e, dunque, non solo interprete della realtà
ed investigatore di animi.
Forse si carica di attese eccessive il nostro Autore,
ma questo è lo spirito di chi ama e vive come
se fosse sempre l’ultimo respiro, e di chi comprende
che l’umanità è talmente inesplicabile
da non poter esser incarnata dalla vacuità,
l’effimero o, peggio ancora, dal banale, poiché
deturpa la scrittura e compromette l’onestà
intellettuale.
Ogni pagina trasuda quest’impeto ed incarna
la funzione civilizzatrice del libro, pronto a scuotere
“l’italiano medio” dal torpore esistenziale
a cui da troppo tempo è abbarbicato.
Tutto ciò è reso da un ritmo cadenzato,
e l’enfasi e l’afflato raggiungono il
pubblico definitivamente conquistato da cotanto ardore.
Pertanto la scrittura è considerata metafora
d’amore eterno: incondizionato e mai traditore.
In conclusione, il libro decide di divulgare la sua
misteriosa natura di casa, madre, figlio e confidente;
a volte polveroso, ingiallito, in certi casi datato
e surclassato da nuove forme di comunicazione, ma
pur sempre amato ed accolto.
Un libro ci salverà incarna questa
magia e ben altro, e Antonio Calabrò incita
l’umana immaginazione a scoprirlo.
Francesca Rappoccio