Nella poesia di Vettorello emerge il desiderio di
liberarsi dalla solitudine e dalla pena esistenziale
del vivere quotidiano che accompagna la vita dell’uomo
moderno. Si avverte pertanto in essa il tentativo
del poeta di aprire il suo animo al lettore per confidargli
i vaghissimi sogni che aleggiano nei suoi angoli più
riposti.
Ma col passare degli anni lo stupore di vivere rischia
di farsi sempre più sordo al mondo circostante.
Il poeta avverte perciò, la sensazione che
vada offuscandosi la sua capacità di sognare
fino a sentirsi, a volte, “un inutile fiore
già appassito”. (“Oboe sommerso”)
La bellezza espressiva della capacità critica
del poeta riesce, tuttavia, a trasfigurare la sua
sofferta spiritualità, facendo emergere in
essa i temi del tempo e del ricordo. Sono immagini
femminili amate e fuggenti, come quella della sua
Clizia, il ricordo del cui riso fa rivivere al poeta
l’illusione di una dolce promessa d’amore.
(“A Clizia”) O l’immagine della
madre che guardava il suo bambino “con gli
occhi più sognanti mai sognati”.
(“A mia madre”). O anche il dolce ricordo
della felicità assaporata una sera d’autunno
lungo i viali della città velati di nebbia
(“Piccole eternità”) o su una terrazza
in riva alla laguna “sotto una sciabola
di luna” vicino alla sua donna. (“L’ironia”)
Si avverte pertanto, pur nella sofferenza malinconica
che aleggia nei versi di Vettorello, la possibilità
di trovare una qualche risposta positiva “al
senso d’incompiuto d’una breve e troppo
poca vita”. (“La falena”).
La risposta sta nell’accettazione, come regalo
senza confronto, del breve spazio di tempo che intercorre
tra l’illusione e l’inevitabile delusione,
nel non permettere che venga meno “la voglia
di meravigliarsi delle cose del mondo”
(“Sassi di fiume”), di questo mondo bello
“che assomiglia a un sogno ad occhi aperti”
(“Pier Della Francesca”), nel riuscire
ancora a stupirsi nell’improvvisa scoperta dell’alba,
come ci accade qualche volta sulla porta di casa.
(“Alba”).
Prof. Leopoldo Saraceni