Nel corso dei secoli il lavoro delle lavandaie è
sempre stato faticoso, arduo e mal retribuito. Esse
hanno sostenuto spesso le proprie famiglie con un
introito che permetteva di sfamare i propri figli.
Erano le persone più umili e povere a svolgere
questo compito. Schiene incurvate, mani gonfie e braccia
deformate erano lo scotto che le donne pagavano per
tanto sacrificio. Tuttavia i gruppi di lavandaie,
mentre insaponavano o sciacquavano o strizzavano i
panni parlavano fra di loro e si scambiavano le proprie
storie, le preoccupazioni, i dolori, ma anche le gioie,
narravano di amori felici e non, di addii, di desideri,
pregavano devote coralmente e cantavano, talvolta
raccontavano fiabe che facevano sognare i bambini
i quali seguivano le madri alle fonti d’acqua.
L’avvento della lavatrice ha evitato che ogni
donna dovesse caricarsi della fatica debilitante del
bucato. Si sono perse le consuetudini associative
ed affettive che i gruppi di lavandaie intessevano
fra loro.
La scrittrice Claudia Luzi sembra, tuttavia, aver
trovato un espediente per ripristinare una serie di
dialoghi a vasta gamma di ispirazione.
Il più originale sembra quello con “l’oblò
della lavatrice”, anzi con una supermacchina-lavante,
“LavaDiva” la chiama l’autrice del
presente libro.
Lo scatto tra una fase di lavaggio e l’altro
le ispira meditazioni e le suggerisce una analogia
fra il ricambio dell’acqua e i mutamenti vitali
della dimensione umana. I sobbalzi della centrifuga
le ricordano le scansioni cardiache, la variazione
“dei registri minimi del cuore, le pause e le
flessioni” dello stesso: un mondo di emozioni,
di attese, di sospensioni e di “picchi”
simili a “quei picchi più alti che si
registrano nell’infanzia o nell’adolescenza”.
La lavatrice invecchia e lava in modo distratto e
scombinato, alla stregua degli uomini che, invecchiando,
subiscono una progressiva riduzione delle loro abilità.
Ne inghiotte di sozzure la lavatrice, né più
né meno di quante è costretto a sopportarne
l’essere umano nel corso della propria vita.
Tuttavia, la lavatrice ha i suoi ricordi ilari, come
i gloriosi lavaggi.
Dall’introduzione di
Maria Elisa Redaelli Luzi