Dal momento che parlare di Ordine del Tempio e dei
Templari è sulle prime sempre un po’
ambiguo e imbarazzante, data l’enorme invasione
di scritti a carattere divulgativo o esoterico sull’argomento,
è divenuto ormai consueto se non addirittura
d’obbligo il far precedere agli studi seri e
scientificamente fondati sull’argomento un’iniziale
avvertenza che ha un po’ il carattere dell’esorcismo:
e che non ha d’altronde assolutamente il significato
del vecchio Procul este profani, dal momento
che anzi – al contrario – sarebbe bene
che non solo e non tanto i cosiddetti “addetti
ai lavori”, gli studiosi, ma anche e soprattutto
le persone d’una qualche cultura interessate
o perfino addirittura affascinate dai temi connessi
con quest’Ordine militare, ma sprovviste al
tempo stesso (non c’è nulla di disdicevole
nell’esser tali) delle cognizioni atte a giudicar
fin dalla prima occhiata se un libro o un saggio su
tale tema sia o no affidabile, venissero guidate e
incoraggiate ad affrontare letture filologicamente
e storicamente corrette. Quando di uno studio si rileva
il carattere di serietà e di attendibilità,
ciò non equivale per nulla a sconsigliarne
la lettura a chi non sia professionalmente in grado
di comprenderlo e di fruirne appieno: così
facendo, tuttavia, si vuol fin dalle prime pagine
legittimarne la sostanza e il contenuto. D’altronde,
a chiunque sia anche appena un po’ avveduto
basta un’occhiata all’indice generale
e all’apparato delle note per capire se ci si
trova o meno di fronte a uno scritto attendibile.
E non v’è dubbio alcuno che questo lo
sia: per conoscenza della materia, per competenza
sulle questioni generali nelle quali è necessario
contestualizzarla, per ampiezza e qualità d’informazione
critica, per attenzione ai temi dell’esaustività
di trattazione, dell’approfondimento specialistico
e dell’aggiornamento propriamente euristico-metodologico-critico.
Ne fa fede la prima parte, a onor del vero non essenziale
rispetto al tema specifico della ricerca, comunque
quanto mai opportuna vista la popolarità anche
extrascientifica raggiunta da alcuni dei temi di cui
qui si parla e considerata altresì la persistente
vivezza d’un dibattito che sta continuando a
svilupparsi in modo appassionante anche fra gli studiosi,
com’è testimoniato anche dal recentissimo
La révolution des Templiers. Une histoire
perdue du XIIe siècle di Simonetta Cerrini,
edito a Parigi da Perrin nel 2007 e nella Prefazione
del quale, firmata da uno specialista come Alain Démurger,
si sottolinea come la “rivoluzione dei Templari”,
un Ordine nato nel XII secolo con caratteristiche
del tutto nuove e destinato a scompaginare antiche
categorie ecclesiali e giuridiche, si sia accompagnata
in questo volume a una vera e propria “rivoluzione
nello studio dedicato ai templari”, con la ricerca
sistematica e serrata relativa ai soli nove manoscritti
ancor oggi sussistenti che ce ne raccontano originariamente
l’origine e la vocazione. Forse sarebbe augurabile,
in una nuova edizione di questo importante lavoro,
una maggior concentrazione sulle linee di ricerca
indicate dalla Cerrini e magari da alcuni altri (pochi)
validi e attendibili studiosi italiani, quali Barbara
Frale e Francesco Tommasi, anziché il sia pur
generoso ed eruditisticamente parlando accurato attardarsi
nella menzione di scritti che francamente poco hanno
a che spartire con la ricerca scientifica.
Ma la specifica importanza di questa ricerca sta nell’accurata,
attenta ricostruzione dell’impiantarsi dell’Ordine
del Tempio in Sicilia e delle sue vicissitudini interne
non –attenzione!– al Regnum Siciliae
(un tema ch’è comunque profondamente
e continuamente presente), bensì in modo specifico
alla grande isola mediterranea. Iniziata verso la
metà del XII secolo e caratterizzata dal progressivo
costituirsi di un importante patrimonio fondiario,
l’avventura dell’impianto e dello sviluppo
della presenza dei pauperes milites Christi
in Sicilia passò attraverso varie fasi, qui
accuratamente distinte e ricostruite: un tempo di
sostanziale concordia, conclusosi tuttavia alla vigilia
della crociata di Federico II e in seguito appunto
al progressivo insorgere dell’ostilità
tra lo Svevo e la curia pontificia; una crisi coincisa
con tutto il resto del regno federiciano, e caratterizzata
tuttavia da momenti alterni, in parte di relativa
pacificazione, in parte di forte tensione e di dura
persecuzione; un complesso e magari tortuoso, tuttavia
anche originale tentativo di rinnovato equilibrio,
di convivenza e quasi di egemonizzazione da parte
di Manfredi; un’apparente restaurazione con
gli angioini, caratterizzata tuttavia anche da un
forte controllo e da una funzionalizzazione dell’Ordine
al programma di governo della corona, e infine, con
gli esiti della “Guerra del Vespro”, la
scissione territoriale tra le fondazioni templari
nel continente, rimaste in terra angioina, e quelle
nell’isola, costrette ad adattarsi al nuovo
e del resto non pregiudizialmente ostile regime aragonese.
Le pagine relative al processo subìto dall’Ordine
nel suo complesso e dai suoi singoli componenti confermano
quanto emerso grazie ad altri studi: ben pochi e molto
aleatori sono gli indizi d’una reale colpevolezza
dei singoli, per quanto paradossalmente sul piano
della storia – ma del tutto ovviamente su quella
del diritto vigente – la confessione e il relativo
“pentimento” venissero immediatamente
accompagnati dal perdono mentre fosse semmai “l’ostinazione”
(cioè, in pratica la coerente proclamazione
d’innocenza) a venir punita. Da questo punto
di vista, le emergenze relative al “caso”
siciliano poco aggiungono a quanto già in linea
generale sappiamo, per quanto abbiano l’indubbio
merito di verificare un quadro che si sta confermando
attendibile nella sua verosimiglianza; mentre più
interessanti risultano sia i documenti proposti, sia
il ragionamento critico che li accompagna, a proposito
degli esiti immediati e remoti dello scioglimento
dell’Ordine nel contesto isolano, specie soprattutto
al passaggio dei suoi beni ai cavalieri di San Giovanni
e alla loro successiva gestione.
Franco Cardini