Vincitore
della terza edizione del Premio
Letterario Internazionale “Gaetano Cingari”
2008 sezione Narrativa Inedita
Il Dio Bambino è
un’opera nella quale è contenuta quella
pienezza dell’essere che trova il suo fondamento
ontologico nella ricerca del sé. L’Autrice,
nel dare vita alle parole del suo romanzo autobiografico,
scrive con una sensibilità, una comprensione,
un amore così profondi che è difficile
rimanere immuni all’intensità comunicativa
della sua storia. Chiunque si accinga a leggere queste
pagine è portato a stringere un rapporto fruttuoso
e stimolante con il libro e soprattutto con se stessi.
Siamo di fronte a un valido strumento di auto-trasformazione
in grado di chiedere al lettore impegno, partecipazione,
consapevolezza.
Attraverso la rielaborazione dei momenti e luoghi
più rappresentativi della sua storia, Kim Kanakeshwari
intraprende un viaggio tormentato e viscerale nei
meandri più tortuosi della sua vita affettiva
e relazionale. Ed è proprio durante l’esplorazione
del suo mondo emotivo che, con voce imperiosa e vibrante,
l’Autrice indossa le vesti di una donna poco
più che trentenne alla scoperta delle sue radici
e della sua integrità esistenziale. Attraverso
i tratti di una penna fluente e incisiva, inizia a
disegnare i confini della sua memoria per far rivivere
il suo Bambino Dimenticato e per restituire al suo
Io una fragranza più matura.
Seguendo il respiro affannato del suo inconscio più
recondito, l’itinerario geografico che si sviluppa
tra l’India, l’Italia, la Francia e Chicago,
diventa la materializzazione di un percorso iniziatico
che preannuncia la rinascita del sé. Non a
caso tale percorso inizia in India, “incomprensibile”
terra “dai colori dilanianti”, quando,
dopo essere stata ammessa in tenerissima età
al St Helen’s Home, fu adottata da una famiglia
italo-francese. A partire da questo momento, l’Autrice
rievoca il suo Dio Bambino, vale a dire quella parte
di noi che, anche se spesso viene strappata dalla
morsa della memoria con il debutto all’età
adulta, possiede sempre un eccezionale potenziale
di crescita e di nuova vita, fornendo linfa vitale
per i nostri interessi, aspirazioni, bisogni, desideri
del presente. In tal senso, la conoscenza del proprio
passato rappresenta il mezzo più diretto per
un’autoaffermazione consapevole e per la rielaborazione
di una rappresentazione identitaria frammentata sin
dall’infanzia. “Ho ricercato le mie radici
italiane, indiane, francesi, fra la scienza, l’archeologia
e il sociale […] Non riuscivo a dare un senso
a quei frammenti […] L’incertezza avvolgeva
i miei pensieri in una dimensione indefinita, dove
il passato si intrecciava al presente come in una
morsa da cui non riuscivo a liberarmi.”
L’unico autentico oggetto del desiderio di ogni
uomo risiede nel significato della vita stessa. Vivere
vuol dire rinascere dopo aver ascoltato il proprio
disagio interiore e dopo aver ricomposto in un’immagine
armonica gli infiniti volti dell’Io, che, come
in “un gioco di specchi”, “si riflettono
come raggi di tempi e realtà contrastanti”.
La riscoperta del sé richiede indubbiamente
energia e fatica, ma è solo così che
possiamo essere condotti alla gioia, al piacere, alla
forza della libertà. La felicità diventa
la conquista di un orizzonte identitario nitido dove
il senso di appartenenza viene vissuto con pienezza
e convinzione e dove ogni ricordo rielaborato alla
luce del presente costituisce la premessa per il risveglio
interiore.
Valeria Di Felice