La silloge Nuova Luce di
Gregorio Versace è un delicato viaggio che
l’autore compie nel magma del proprio vissuto
per raccogliere i detriti della memoria che tornano
ancora a raccontare squarci di vita colti tra affetti,
vicissitudini e sentimenti mai sopiti.
Si tratta di sedimenti riletti con l’accostamento
sacrale dovuto alle cose semplici, consegnate da un’anima
tenacemente protetta da ogni possibile contaminazione,
da un ambiente familiare integro, dal trasporto degli
innamoramenti e delle poche amicizie che sanno di
acqua di sorgente e natura inviolata.
Nel linguaggio dell’autore non vi è alcuno
spazio per le trame drammatiche e sconvolgenti del
nostro tempo, non c’è la denuncia delle
ferite che rendono sempre più insostenibile
l’ora del vivere; c’è, invece,
la decantazione delle impronte compulsive, c’è
la contemplazione ed il compiacimento per l’offerta
delle buone occasioni, l’attrazione per il cordone
mai interrotto degli affetti familiari che hanno fatto
dono illimitato di amore e protezione.
Ne scaturisce un riferimento costante a questo mondo
che è un solido punto fermo, un punto cardinale
della vita che ha un senso condividere e, in qualche
modo, rafforzare.
La voglia di proporsi in versi di Gregorio Versace
può essere riguardata anche come una via d’uscita
dai problemi esistenziali, un modo di esorcizzare
il negativo. Dunque è una scelta quasi terapeutica
per sconfiggere l’impatto con il dolore, le
difficoltà, il duro confronto con i giorni
bui.
Certo non è pensabile comparare questa silloge
con i temi e le forme della versificazione anticipatrice
e profetica del secondo novecento, né può
sostenersi il confronto con lo specchio consolidato
dei ritmi che agitano l’oceano creativo del
nostro tempo.
Altro transito è in questi versi che si staccano
sulle aspettative concluse del respiro quotidiano,
sull’affaccio breve, sul recinto di valori compiuti
e per nulla contraddittori.
Ognuno, del resto, ha la sua siepe e il suo
orizzonte, ed il ritmo corre su fili, a volte
arditi, altri di più comoda osservazione.
Ma il tempo si dipana uguale per tutti e la poesia
scorre sempre come un fiume dal lungo corso, a volte
visibile e sinuoso, a volte straripante ed inquieto.
Poi lo strapiombo che si apre ai grandi gorghi e per
vie misteriose tuttora inesplorate.
La luce è sempre un miracolo che un tendone
spalanca.
Ma chi lo apre, quando, come e perché?
Giuseppe Bova