«La Calabria fa parte di una
geografia romantica […] un paese che serba tanto
pochi ricordi visibili, in cui tutto è affidato
alla memoria del popolo, e la terra inquieta ha scoraggiato
gli uomini dal creare segni durevoli del loro passaggio.
Ma la memoria degli uomini è lunga e forte.»
Con queste parole (pronunciate in una conferenza al
Lyceum di Firenze il 14 febbraio 1931), Corrado
Alvaro fa notare come l’unico baluardo contro
l’oblio e l’insicurezza, a cui la natura
aspra e selvaggia della Calabria sembra essere condannata,
è la memoria, e con essa l’anima dell’uomo
che riversa nella parola letteraria il fascino di
una terra che si nutre di mistero e antinomie.
Alvaro è solo uno degli scrittori, tra poeti
e narratori, presenti nel libro di Salvatore Piccoli,
al quale va il merito di essersi addentrato nella
calabresità (pseudo-concetto che racchiude
una vastità multiforme di motivi culturali),
attraverso una lettura trasversale di alcune tra le
penne letterarie più autorevoli di questa terra.
L’elemento letterario che si evince da questo
libro riecheggia i moti di un’anima complessa,
impenetrabile, profonda, che si lascia afferrare alcune
volte con toni dimessi, altre volte con armonia e
compostezza classica, altre ancora con prese ermetiche
e simboliste. Tuttavia, è una letteratura dalle
movenze aspre e irridenti che solo in rari casi lascia
spazio agli umanesimi formali, ai manierismi, agli
estetismi raffinati. Essa allude alla riflessione
circa l’amarezza della vita e la miseria di
una storia che è insieme destino comune e racconto
interiore.
Che si tratti di tendenza idealizzante o di minuzioso
realismo, l’anima della Calabria diventa madre
di vitalità primigenia e, allo stesso tempo,
musa del delirio fatalizzato dell’irrazionale
e del subconscio. La poesia e la prosa diventano il
fluire dell’insanabile vuoto di una vita depredata,
dove lo scacco esistenziale si intride di uno psicologismo
dolente e di una emotività lacerata e inquieta.
Continua rivelazione del disordine e ricomposizione
dello spazio infranto coesistono in una terra dove
l’enigma, il discernimento intimo senza approdo,
la resistenza e la ribellione sociale, si aggrovigliano
ad una speranza che spesso viene disattesa di fronte
allo smarrimento elegiaco dell’uomo.
La realtà calabrese irretisce l’uomo-scrittore
invischiandolo di un’atmosfera sospesa e allucinata,
di un’aura indefinita e pulsante di vita sofferta,
anche se autentica. Ecco perché, al di là
della varietà degli stili e delle poetiche,
delle sensibilità artistiche e delle rappresentazioni
del mondo, ad accomunare questi autori è l’incontro
con i ricordi, i profumi, i sapori di un paesaggio
che, nella sua asprezza e problematicità, domina
l’anima letteraria e la rende luogo dell’esserci,
della conoscenza, fonte sorgiva del tormento ma anche
ninfa vitale per se stessi.
Valeria Di Felice