Come paragrafi di una improbabile
lettura di un edificio, così appaiono i componimenti
dell’Autrice: finestre sul proprio percorso
formativo. «Tra realtà e fantasia…
nasce spontanea la mia poesia». Ed è
proprio questo il punto. L’intera raccolta incarna
un divertissement, il quale impone lucidità
e, al tempo stesso, “ludicità”
poetica. L’utilizzo del dialetto, dagli echi
sottilmente martogliani, s’insinua nelle diete
esotiche, che tuttavia non impongono digiuni alle
parole; si presenta (solo per un attimo) nell’orrido
trio «Trjulu, Malanova e Scuntintizza»,
lasciando il passo a cornici fatte di superstizioni
popolari, gente caina e luoghi urbani vissuti in chiave
soft. Trova spazio la ricerca di istruzioni per risolvere
le dolenti questioni del Meridione; riceve attenzione
la società circostante, intrisa di geriatria,
badanti e focolari assenti, popoli uniti e intercultura.
Il tutto con una semplicità spiazzante, dalle
peculiarità ormai rintracciabili in polverosi
volumi sulla vita agreste.
Gioie e sacrifici. Si respira, nell’intera raccolta,
la possibilità di stare tutti stretti dentro
ad uno stivale, quello italiano, nonostante le differenze
di superficie.
Con lo scopo di non farlo diventare un mocassino qualunque.
Una questione di tatto, maturata nei trascorsi della
maternità. Uno slancio radioso verso l’aprìco,
dettato da intime voci consigliere.
Trapela, inoltre, un’investigazione sulla propria
identità, trasformata dagli anni e fecondata
da quei coriandoli di vita di cui Giovanna Dattola
è ferventemente innamorata.
Un’abbondante avventura discorsiva, la sua,
fertile di fiducia nel futuro e florida di doni presenti.
«Segui stù mundu chi tantu camina…
danci pazienza à ccù teni à nirbbina.
Ggiungi bontà ntà tutti ì cori…
e fai trionfari, paci e amori!»
Segui questo mondo che tanto cammina… dai pazienza
a chi è nervoso. Aggiungi bontà dentro
tutti i cuori… E fai trionfare, la pace e l’amore!
Pietro Puleo