Nel romanzo “La maschera del
Barone” l’autore Nicola La Barbera delinea
un affresco della società siciliana partendo
da radici storiche lontane, addirittura post unitarie.
Il vissuto del protagonista, uomo di legge, s’intreccia
con la realtà e la storia della Sicilia e della
Calabria.
Il commissario Falconeri, cresciuto in Piemonte, si
presenta come un uomo tutto d’un pezzo, rigoroso,
inaccessibile, ma romanticamente sensibile al fascino
femminile.
È ammaliato ed invischiato negli odori siciliani;
nelle sue narici, nelle sue vene, nei suoi occhi vivi
scorrono riti e tradizioni di una terra seducente,
quanto mai intrisa di voci antiche.
Terre e uomini irti, spinosi ai più, percepiti
impenetrabili quasi quanto la foresta dell’Aspromonte,
ma capaci di rara solidarietà e accoglienza.
L’altro protagonista è il Barone. Anch’egli
uomo di giustizia, ma di una Giustizia diversa che,
con il proprio linguaggio, ha agito per la “crescita”
di un territorio ai tempi in cui lo Stato era sordo
ai richiami e alle insofferenze isolane.
Il romanzo potrebbe definirsi una sorta di metaromanzo,
un romanzo nel romanzo.
L’autore utilizza un ottimo escamotage letterario
per ricostruire la vita familiare del Falconeri che
in parte rispecchia quella del paese siciliano da
cui ha avuto origine la storia.
L’opera ha sapore investigativo - poliziesco,
realista e a tratti verista per l’uso sapiente
del siciliano e del calabrese.
Rientra sicuramente all’interno di quella corrente
letteraria che scruta fazzoletti di terra imbevuta
di giustizia, onore e rispetto. Non occhi giudici,
ma testimoni di una realtà complessa nella
quale si evince, in primis, la totale assenza dello
Stato e la conseguente costituzione del Baronaggio
che spadroneggia imponendo il proprio codice comportamentale
e stabilendo vita e morte.
Il titolo è evocativo. La maschera, a cui fa
riferimento, è quella pirandellianamente indossata
dagli uomini di onore che vivono e muoiono per esso.
Se è del caso pronti a sacrificare anche la
famiglia, ma mai al venir meno dei propri obblighi
morali.
Ogni elemento innestato lo sanciscono romanzo completo:
conflitti di classe, amori osteggiati, lotte di potere,
giustizia, mafia.
La Barbera è abile regista capace di calibrare
ogni aspetto dell’opera: intervalla suspense
a pathos emotivo (ad esempio, nell’episodio
del ricongiungimento familiare).
Come nella migliore tradizione dei meridionalisti,
non giustifica il fenomeno da cui ha avuto origine
la mafia, ma cerca di analizzarne le cause che hanno
fatto sì che tale organizzazione sia entrata
a far parte del tessuto sociale divenendo modus vivendi
popolare.
Con acume disamina l’evoluzione drammatica della
stessa mafia che cambia volto divenendo “colta
ed elegante”, dunque meno facilmente riconoscibile.
Esistono ruoli interscambiabili e mai definitivi:
i buoni o i cattivi possono appartenere alla stessa
famiglia, possono combattere e contrapporsi, addirittura
allontanarsi, per anni; ma sono indissolubilmente
uniti e tale legame sarà più forte di
ogni cosa.
Ma La Barbera ci fa sperare in uomini che lottano
giornalmente per contrastare tali poteri oscuri.
Il Falconeri e i fidi colleghi sono i nuovi eroi moderni
che fanno dell’obbligo morale la loro ragion
di vita, mai spinti dal desiderio di gloria.
Mosso da umiltà e dal desiderio di ristabilire
il giusto corso degli eventi, privo di piaggeria semplicistica
o banale, l’autore incita a non arrendersi e
a non sottostare ai soprusi.
Sono tematiche drammaticamente odierne e attuali dalle
quali si deduce e si ribadisce, ancor di più,
il ruolo dell’intelletuale-eroe che utilizza
la penna e le parole come unici strumenti di impegno
reale a testimonianza concreta che il cambiamento,
se desiderato, possa avvenire.
Francesca Rappoccio