“Quanto dolore
Quanta tristezza
Quanta amarezza
Quanto pianto…”
Così scrive Maria Adelia Macrì.
Per capire questa poesia bisogna entrare nel suo dolore,
nel suo sottosuolo, nell’Io segreto continuamente
incalzato dall’Io di superficie. Così pensa.
Così parla. Così scrive. Perché
lei è così, senza mimesi e senza malizie.
Quanto dolore… quante lacrime. Le
stesse lacrime di Carducci:
“Sette fiasche di lacrime ho
colmate
Sette lunghi anni, di lacrime amare…”
Poesia spontanea, senza fronzoli,
poesia di ecchimosi, di dolore, di dolore vero e non
costruito e mai finto. È il dolore terreno, ossessivo
e ripetitivo di Sbarbaro che ogni giorno ritorna a tormentare
i pensieri:
“Padre che muori tutti i giorni
un poco.”
È un morire continuo, quotidiano,
coinvolgente e febbrile, una sorta di tortura dell’anima
che non dà tregua. È il dolore di Tosca:
“Nell’ora del dolore,
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?”
Quando un essere umano ha la disavventura
di inciampare nel dolore, nel dolore immane, estrinseca
tutto se stesso. Il dolore in lei
“è come un amico Fedele
Che ti vuole bene
E non ti vuole
Lasciare.”
Al contrario di Leopardi che contemplava
il dolore e se ne nutriva, lei invoca il dolore per
vivere, per sentirsi viva. Il dolore qui non è
crepuscolo, non è decadenza. È sofferenza
catartica.
“Di dolore
Non si muore”
Afferma convinta e perentoria Maria
Adelia Macrì. Chi meglio di lei può parlare
così. Di lei che ha subito tutte le sodomie del
mondo ed è la prova vivente che il dolore non
uccide.
Scrive Cesare Pavese:
“Una vita appare destino quando
inaspettatamente si rivela esemplare e fissata da sempre.”
“Ma questa è vita?”
si chiede lei.
E ancora:
“… la vita è un
deserto, un mare senz’acqua, terra senza
ombre… sterminata pianura senza vita.
La vita senza vita.” […]
Carmelo Puntorieri
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